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domenica 11 aprile 2010

L’IDEA DELLA DISCENDENZA DIVINA PRESSO GLI SCIAMANI SIBERIANI


 
IL FIGLIO DEL DIO ULUU-TOJON1

Il’in Nikolaj.
Agosto 1925.

Tanto tempo fan, ad Atamajcy (nell’ulus2 di Namcy) viveva un uomo di statura eccezionale e con una forza fuori dal normale; il suo nome era Lukapyar. Un giorno egli, mentre andava a cavallo, notò una nuvola scura proveniente da occidente e dalla quale si udiva un canto; a giudicare dalla voce, a cantare era una donna:

Oh gigante Lukapyar!
tu, che possiedi un fodero animato
e un coltello sempre assetato di sangue!
Tu, che mordi un pezzo di grassa carne,
e hai le mani sempre insanguinate!
Il padre che ti ha creato,iIl sommo terribile sovrano,
ecco, ti manda questa cordicella,
messa in serbo solo per te,
per procacciarti il cibo.

Lukapyar guardò verso l’alto e assistette alla seguente scena: dal cielo scendeva serpeggiando una cavezza per cavalli con lunghe redini di crine intrecciato, striate di rosso vivace; egli allora alzò le braccia per afferrare quel dono e poi proseguì il suo cammino.
Era primavera, la neve ormai si stava pian piano sciogliendo e le prime acque cominciavano a sgorgare dalle ripide sponde dei piccoli fiumi; Lukapyar, avvicinandosi a un fiume, vide pascolare sulla riva opposta una mandria di cavalli con uno stallone. Scese immediatamente da cavallo e fece volteggiare nell’aria le lunghe redini che gli erano state donate, gridando: “Choruu, choruu, choruu!...”3.
Udendo le sue grida, tutta la mandria si mosse, radunandosi in un sol punto e gettandosi nel fiume per attraversarlo; quindi tutti i cavalli si diressero verso Lukapyar. Quest’ultimo gettò immediatamente sulla groppa della giumenta di testa la cavezza e le redini ricevute dal cielo; la giumenta si lasciò docilmente imbrigliare. Lukapyar l’attaccò al suo cavallo e si mise in cammino e venne così seguito da tutta la mandria.
Sembra che da allora Lukapyar si sia dedicato al furto di cavalli portando sempre con sé quella cavezza sacra, nella vita non conobbe mai sfortuna e nessuno riuscì mai a catturarlo. Dei suoi discendenti non è rimasto nessuno.
   

IL FIGLIO DI UN DIO “BIANCO” E QUELLO DI UN DIO “NERO”


Kozlov Vasilij. Maltancy.
Luglio 1921.

Si racconta che tanto tempo fa, nell’ulus Namcy viveva un anziano molto ricco di nome Juëdej Ugaalaach; egli aveva nove figli dei quali otto erano già sposati: alcuni di loro avevano lasciato il padre per vivere indipendentemente, gli altri erano rimasti con lui. Il più giovane, nonché il prediletto, era ancora scapolo.
In quello stesso ulus, ma lontano dalla zona in cui viveva questuomo, abitava un altro anziano, anche lui ricco, capo di un proprio nasleg4 e ritenuto da tutti un ladro di cavalli. Egli, inoltre, aveva un figlio e una figlia e Juëdej Ugaalaach chiese e ottenne per il suo figliolo più giovane, e ancora scapolo, la figlia di questo vecchio, ovviamente in cambio di parecchi soldi e di molti regali.
Sebbene il prezzo del riscatto fosse stato pagato per intero, il padre della ragazza rimandava il matrimonio e la consegna della figlia, inoltrando sempre nuove richieste di bestiame e via dicendo, venendo regolarmente accontentato.
Un giorno di primavera, una giovane giumenta di Juëdej Ugaalaach diede alla luce il suo primo puledro, un maschio dal manto pezzato di bianco, aveva inoltre una criniera che cresceva lungo tutto il dorso fino alla radice della coda, era era talmente debole da non potersi reggere in piedi.
Il vecchio padrone, venendo a sapere della nascita di un puledro così particolare disse: “Naqui per volere dello stesso Jurjung-Ajyy Tojon5 e mi considero figlio suo. Probabilmente è stato lui a farmi volutamente questo dono visto che noi, oltre agli altri beni, offriamo in dote alla fidanzata bestiame vivo condotto a briglia. Questo debole puledro non si reggerà sulle zampe fino al tardo autunno, ovvero fino a quando l’erba sarà diventata gialla e secca. Accuditelo con cura e avvicinatelo voi stessi alla mammella della madre”.
I servi seguirono il suo ordine: per tutta l’estate si presero cura del puledrino porgendolo alla madre; come aveva previsto il vecchio, l’animale si resse sulle zampe sole ad autunno inoltrato e divenne un ubasa6 straodinario. Il puledro crebbe e fu lasciato nella mandria come stallone; straordinariamente grosso e prolifico, divenne celebre nei dintorni con il nome di Mjullju-Boschong (lo sciamano immobile); esso prese con sé solo sei cavalle, quando nitriva sembrava che la terra rispondesse sussultando e che il cielo facesse eco tuonando. Juëdej Ugaalaach aveva già questo stallone quando combinò il matrimonio del figlio.
Un giorno quell’anziano si recò con il figlio dal suocero per concludere il contratto e prendersi finalmente la sposa; i due vecchi parlarono di questo e di quello, ma un tratto il padrone di casa venne fuori con questo discorso: “Noi, tu e io siamo persone illustri e rispettabili. Secondo me e secondo le nostre usanze, l’ultimo regalo prima del trasferimento della sposa deve essere adeguato alla nostra condizione. Ho sentito che possiedi uno stallone celebre, Mjullju-Boschong. Come ultimo regalo, in cambio di mia figlia, mi aspetto da voi metà della sua carcassa. Uccidilo, una metà la tieni per te e l’altra la dai a me!”
Le parole del consuocero impressionarono a tal punto Juëdej Ugaalaach  che divenne subito silenzioso e troncò la conversazione, pensando tra sé e sé: “Ma guarda un po’ che tipo è costui! Usando la figlia dal volto pallido come esca, si è appropriato di tutti i miei beni e ora vuole anche privarmi dello stallone Mjullju-Boschong? No, non lo avrà mai!”
Non promise nulla e, tagliando corto su questo argomento, tornò a casa. Il figlio si trattenne ancora un po’ presso la fidanzata; dopo la partenza del consuocero il padrone di casa disse al genero: “Tuo padre è andato via senza rispondere alla mia proposta. Sono affari suoi, ma puoi portarmelo tu, lo stallone Mjullju-Boschong. Lo farai approfittando di un giorno ventoso! A queste condizioni io non rimanderò di un sol giorno la partenza di tua moglie. Poiché sono una persona importante vorrei assaggiare la carne di questo famigerato cavallo!”.
Come genere, il giovane non voleva disubbidire al suocero (secondo le antiche tradizioni degli Iacuti l’autorità dei parenti della moglie era superiore a quella del proprio padre) e fu così che, scegliendo una giornata particolarmente burrascosa, gli portò lo stallone con la sua mandria di sei giumente; tutti e sette furono subito macellati. Si dà il caso che nella jurta7 del suocero, sotto il focolare fissato a un apposito perno che lo faceva girare su se stesso, fosse stato scavato un grosso deposito, dove furono per l’appunto sistemate tutte le carcasse.
Quel vecchio aveva un aiutante prediletto che lo sostituiva in tutto e per tutto ed eseguiva tutti i compiti che gli venivano assegnati, svelto come un uccello in volo. Un giorno il vecchio sentì dire che da qualche parte in quel di Megincy (un altro ulus sulla riva opposta del fiume Lena, quella destra) c’era un famoso cavallo. Ordinò allora a quel giovane di portarglielo alla briglia o sulle ali (modo di dire degli Iacuti per caratterizzare la velocità dell’andatura). Il giovane non perse tempo e ben presto gli portò il cavallo, che venne attaccato a un palo; egli uscì poi con la scure e, mirando alla fronte della bestia, lasciò partire un terribile colpo. La scure sibilò nell’aria e, anziché sul cavallo, finì sulla testa di un altro giovane che teneva le cime delle redini. Il capo della scure fece a pezzi il suo cranio.
La moglie del vecchio, presente all’incidente, si precipitò nella jurta del maritò e gridò:
“Vecchio, è successa una terribile disgrazia, nostro figlio ha ucciso un uomo!”.
Ma il vecchio rimase calmissimo e rispose: “Non è nulla, calmati, troveremo il sistema per sbarazzarci di lui!”. Uscì dalla tenda e si rivolse al figlio: “Senti ragazzo, questo cavallo potrebbe essere posseduto dallo spirito di una divinità, di un dio protettore! Magari al prossimo tentativo di ucciderlo capita un’altra disgrazia! Legagli la coda, poi lega le redini alle mani del giovane ucciso e lascia che venga trascinato dal cavallo!”.
Il cavallo, rimesso in libertà come aveva consigliato il vecchio, corse a casa trascinando dietro di sé il corpo di quel giovane. A casa fu deciso che un ladro di cavalli, dopo averlo preso, si era fracassato la testa rimanendo ucciso…Condussero a questo riguardo una piccola indagine e il cadavere dell’uomo fu sepolto. In questo modo la questione fu chiusa.
Per quanto riguarda Juëdej Ugaalaach, dopo la scomparsa dello stallone Mjullju-Boschong e della sua mandria, i nove figli del vecchio si misero a cercare, ma tutte le ricerche risultarono vane e il vecchio allora ordinò di interromperle. E disse: “Non riesco a immaginare che qualcuno, tra coloro che hanno dieci dita, abbia deciso di usarle a mio favore perché qualcuno, tra coloro che hanno cinque dita, abbia il desiderio di rubarmi. E’ stato lo stesso dio Jurjung-Ajyy a donarmi questi cavalli e probabilmente è stato ancora lui a disporre di portarmeli via!”.
Arrivò la primavera, le giornate erano diventate più lunghe e il tempo più caldo. In quei giorni un vecchio molto povero, parente di Juëdej Ugaalaach, andò in cerca di elemosina nei luoghi dove viveva il consuocero di quest’ultimo. Una volta giunto, il vecchio si fermò a trascorrere la notte nella jurta assegnata ai mandriani, ma chissà per quale motivo, stesse a lungo sveglio.
Stava però sdraiato nel suo giaciglio fingendosi addormentato. Nel frattempo entrò nella jurta una donna e cominciò a chiacchierare con quella che viveva lì. Questa a un tratto si mise a rimproverare l’ospite con queste parole: “Perché non hai diviso con me l’abbondanza di cibo? Ti sei completamente dimenticata di me?”. L’altra donna replicò: “Cosa ti salta in mente? Ero quasi riuscita a prendere in un secchio un po’ delle interiora di una cavalla e a nasconderle nella greppia dei vitelli, ma la mia padrona se n’è accorta e si è talmente infuriata con me che mi sono pentita di averlo fatto. E poi, per così poco!”.
E le donne continuano a chiacchierare.
“Ora avete macellato Mjullju-Boschong, il famoso stallone del vostro consuocero, e le sue sei giumente. Avrete certo abbondanza di cibo e di grasso del sottopancia e d’altro ancora!”.
“Eh, cosa vuoi che sia l’uccisione di bestiame, roba da niente! Ma qui ora si tratta di una persona. Sai, avevamo ordinato a uno dei loro uomini di portare da Megincy un cavallo…Hanno legato il cavallo al palo. Volevano ficcargli in fronte la scure, ma la scure è finita sulla testa del povero giovane che lo teneva. Poi hanno liberato il cavallo dopo aver legato il cadavere di quel giovane alla sua coda. Eccp che cosa combinano!”.
“Comunque avrete senz’altro una gran riserva di cibo!” “Eh, hanno mangiato tutto da parecchio. Cosa vuoi che abbiano conservato! Di Mjullju-Boschong hanno messo da parte per l’estate una sola coscia. L’hanno messa nel secchio di betulla insieme al latte scremato e cagliato e l’hanno portata nell’accampamento estivo”.
Il mattino seguente il vecchio mendicante, che aveva sentito tutte le chiacchiere delle donne, tornò di fretta a casa e raccontò tutto a Juëdej Ugaalaach. Questi, che nel frattempo aveva perso completamente la vista, perse subito un accompagnatore e partì per la città. Andandosene disse ai figli: “Porterò dalla città le autorità, nel frattempo voi badate alla casa”.
Dopo qualche giorno tornò con un rappresentante delle autorità, che aveva l’ordine di condurre un’inchiesta su indicazione del vecchio; pernottarono lì una notte e il giorno seguente andarono direttamente dal consuocero. Sotto il focolare scoprirono il deposito, ma questo era vuoto. Si recarono allora all’accampamento estivo e nel grosso secchio di betulla trovarono, insieme al latte cagliato, una coscia di Mjullju-Boschong. Fu ordinato di condurre quella donna che era stata testimone dell’uccisione e la interrogarono con grande rigore. La donna, non nascondendo nulla, raccontò tutto nei dettagli e il figlio fu così arrestato e portato in città per il processo.
Il vecchio padre cominciò a trascinarsi di qua e di là dai giudici e dalle autorità. Per risarcire chi era stato derubato e per i compensi sottomano alle autorità del momento, avide di guadagno, egli scialacquò quasi tutti i suoi beni. Infine, il figlio fu mandato ai lavori forzati e il padre e la madre rimasero soli. Un giorno il vecchio disse alla moglie: “Io sono stato creato per volere dello stesso Chara-Suorun (“Corvo Nero”), sono stato destinato a non conoscere, finchè vivrò in questo Mondo di Mezzo, nessun genere di sventura, a non imbattermi in nessuna disgrazia. Ma Juëdej Ugaalaach è nato per volontà dello stesso Jurjung-Ajyy (“bianco, santo creatore”) e proprio per questo, essendo superiore per volere del destino, lui ha avuto la meglio su di me. E’ chiaro che la sua antica superiorità si è manifestata!”.
E la vecchia replicò: “Ciò che è stato è stato, e nessuna forza potrà mai vendicarci. Per noi è finita!”.
Il vecchio si scosse e aggiunse: “No, aspetta, non tutto è finito! Vedi, io ho un vicino, Kutujach-ojun, che con la forza dei suoi spiriti riusciva ad attraversare la cruna di un ago. Bisogna chiedergli di compiere una kamlan’e8 e divorare Juëdej Ugaalaach  con tutta la sua famiglia. E che vadano al diavolo!…Questa nostra unica figlia dal bianco viso nascendo ci ha reso infelici!”.
Invitò lo sciamano e gli fece fare una kamlan’e. Quello danzò tre giorni e tre notti di seguito, ma le suppliche ai suoi spiriti non ebbero successo. In nessun modo gli riuscì di uccidere Juëdej Ugaalaach. Tornando dai suoi voli lo sciamano disse: “Il suo dio protettore ha sbarrato la strada che porta a lui e perciò non si può raggiungere”.
“Se è così, allora significa che il loro destino è forte e nessuna forza può avere su di loro il sopravvento…Tuttavia, non negarmi un altro tentativo. Vai da chi mi ha creato, da Chara-Suorun  che ha disposto affinchè non mi trovi a mal partito durante la mia vita in questo Mondo di Mezzo”.
Lo sciamano acconsentì e sciamanizzò ancora una notte.
Si recò da Chara-Suorun e gli disse: “Juëdej Ugaalaach, figlio di Jurjung-Ayjj da lui stesso creato, ha reso infelice il figlio da te creato!”.
Chara-Suorun rispose: “”E’ vero, io l’ho creato destinandolo a sfuggire le disgrazie terrene. Se oggi ha delel avveristà, questo succede perché il suo avversario è stato creato da un dio a me superiore, Jurjung-Ajyy-Tojon. Comunque ecco, prendi questa cordicella e gettala vicino allo steccato di Juëdej Ugaalaach! Se qualcuno di loro la troverà, tutti i membri della famiglia diventeranno ladri di cavalli e non sfuggiranno alla prigione”.
Con queste parole Chara-Suorun gli consegnò una cordicella insanguinata, lunga dieci machovye saženi9. Lo sciamano, ritornato sulla Terra, gettò quella cordicella vicino all’abitazione di Juëdej Ugaalaach; la corda stette lì a lungo. I parenti e i mandriani di Juëdej Ugaalaach passarono spesso lì accanto, ma senza vederla. Soltanto molti anni dopo un nipote di quel vecchio (su richiesta del quale la cordicella fu gettata), il figlio di sua figlia, vide la cordicella e la portò a casa. Da allora lui divenne incorreggibile ladro di cavalli. Giorno e notte, sempre lontano da casa, si occupava solo di quello; spesso veniva acciuffato e messo in carcere. Ogni volta i parenti lo facevano uscire pagando enormi somme, ma ogni volta lui ci ricascava.
Per colpa sua la sua famiglia dilapidò tutto il bestiame. Lo stesso Juëdej Ugaalaach morì e così anche la sua vecchia. I figli diventarono poveri e tutti piano piano si trasformarono in ladri di cavalli.
L’altro vecchio visse ancora a lungo e ogni volta che veniva informato di una nuova disgrazia capitata alla famiglia del suo nemico, si rallegrava e diceva:
“Bene, bene, significa che anche loro sono venuti sulla mia strada e dividono il mio destino!”.
Ecco in che modo gli Iacuti di Namcy, come si racconta, diventarono ladri di cavalli.
Il primo a narrare questa storia è stato Afanasij Korjakin, ormai venuto a mancare da tanto tempo.


NOTIZIE BIOGRAFICHE DEI NARRATORI 


Il’in Nikolaj, iacuto del secondo nasleg di Odunincy, dell’ulus occidentale di Kangalassy. Analfabeta, abitante del villaggio. Il suo nasleg è situato nella remota taigà, lontano dai centri culturali. Gli abitanti vivono di allevamento di bestiame e di caccia e tra loro è completamente sconosciuta l’agricoltura. Qui, più che in qualsiasi altro posto, è lecito aspettarsi tracce delle antiche credenze e tradizioni degli Iacuti.


Kozlov Vasilij, 34 anni, iacuto del nasleg Maltancy, dell’ulus occidentale di Kangalassy. Analfabeta, ha vissuto sempre nel suo villaggio. Discendente di una ricca e illustre stirpe, secondo la tradizione familiare è il custode di leggende popolari che riguardano il passato e, nonostante la giovane età, può considerarsi un narratore competente.
 

BIBLIOGRAFIA


Ksenofontov, G.V., Legendy i rasskazy o šamanach i jakutov, burjat i tungusov (Leggende e racconti sugli sciamani iacuti, buriati e tungusi), Mosca, 1930.

Sieroszewski, W., 12 Lat w Kraja Yakutov (12 anni nella terra degli Iacuti), Warsaw 1900.

Vagge Saccorotti, L. (a cura di), Leggende sugli sciamani siberiani, RCS Libri, Milano, 2005.




1 Uluu-Tojon: capo degli spiriti maligni celesti, terribile antagonista di Jurjung-Ajyy-Tojon (una delle divinità più importanti del pantheon iacuto, puro creatore e dio dell’olimpo). In iacuto tojon significa “signore”, “capo”.
2 Con il termine ulus (pl. ulusy) si indica una sorta di confederazione tribale che raggruppa diversi nasleg (unità amministrative che raggruppano da uno a più di trenta clan) sotto il dominio di un khan o di altro capo comune.
3 E’ il grido abituale degli iacuti per richiamare i cavalli.
4 Nasleg: unità amministrative che raggruppano da uno a più di trenta clan.
5 Jurjung-Ajyy Tojon: bianco, puro creatore, dio dell’olimpo, sovrano, uno tra i nomi più comuni della divinità più importante del pantheon iacuto. L’idea di jurjung-tojon viene generalmente associata al caldo estivo e al calore del sole.
6 Ubasa: In iacuto “puledro di un anno”.
7 Jurta: tenda a base circolare e tetto a cono o semisferico, usata dalle popolazioni nomadi dell’Asia centrale e della Siberia centro-meridionale.
8 Kamlan’e: la seduta sciamanica da qam (“sciamano”), voce delle popolazioni turche della Siberia meridionale.
9 Machovye safeni, sing. machovaja sažen’: antica misura russa pari alla distanza che corre tra la punta dei diti medi delle braccia allargate.



In blu è indicato il territorio della Jacuzia.



Simbolo della Repubblica Sacha (Jacuzia) dove possiamo notare la presenza di un animale molto importante per gli Jacuti, il cavallo.



Sciamano jacuto.



Fiume Amga.

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